il regista attore

febbraio 3, 2023

Ho amato con fervore tardoadolescenziale le prime opere di Paolo Sorrentino, le loro musiche attanaglianti, oniriche e corporee come nell’utilizzo di Antony and the Jonson. Il suo vocione arrivava però già in un momento in cui il regista campano mi coglieva in una sorta di scetticismo postdamsiano, per il quale forse con analogo e illogico fervore rigettavo ciò che avevo amato fino ad un minuto prima. O forse no, forse passata la prima metà degli anni ’00 Sorrentino era davvero maniera come mi sembrava, così codificato da disperdere la struttura e la poetica intenzionale che avremmo dovuto tutti ravvisare nel suo cinema. Dietro quelle belle immagini, per me spesso un po’ vuote, c’era un uomo antipatico. Anzi, un uomo divertente perché aveva trovato il modo per esporre la sua personalità dentro e fuori dai film, per diventare fumoso personaggio che snobba e pontifica.

Cosi il volto e la voce del regista si prestano ancora una volta al cameo, alla finzione che si appropria di pezzi inusuali della realtà come lui, come le donne e gli uomini di spettacolo. Il suo personaggio scandisce una lieve invettiva contro i genitori, assestando allo stesso tempo una timida carezza agli insegnanti che con loro si confrontano. Nel suo criticato monologo, con opportuno ascoltatore semi-dialogante, Sorrentino tocca con astratta efficacia due temi della comunicazione scuola famiglia che varrebbe la pena spostare su un piano concreto. Il primo tema, meno insidioso, è quello dell’entusiasmo. La modalità con cui proponiamo, come genitori e come docenti, argomenti che ci stanno a cuore e cerchiamo soluzioni educative sottoforma di corsi, laboratori, rielaborazioni d unità didattiche sembra aver virato, almeno nella teoria, verso una sovraesposizione e Una cornice urlante, pacchiana, sopra le righe. Se nel monologo si accenna ad attività extracurricolari, che nella mia realtà raramente vengono affidate a genitori “improvvisanti” ma anche poco ai cosiddetti “esperti esterni”, in un’ottica di risparmio selvaggio che vede come unica soluzione pagare (poco) docenti interni per svolgere attività di vario tipo. ..e

i pariolini di tot anni

ottobre 10, 2021

Parlano. Non resta loro altro che il parlare, perché l’agire appare confinato alla canzone low-fi di oltre 10 anni fa. Non necessariamente si tratta del popolo già ingrigito, ma certamente di quello che lentamente ingrigisce. Il popolo. A differenza dei leader populisti, i pariolini – termine che quasi nulla ha di topografico ma molto di rivendicato, simbolico, esaustamente esaustivo, non perdono tempo a dirsi fautori di quella o di questa misura a favore del popolo. Fanno spallucce, perché loro sono altro

Candele e competenze

La città eterna, il nome storpiato. Il nome che ricorda quel vecchio giocatore della Roma, solo se storpiato. Figlio d’adolescente e padre adolescente, ma come solo i ricchi sanno esserlo a dispetto di analoghe situazioni redneck nelle nostre case popolari. Genitori giovani perché sì, tanto non cambia nulla. Bambino paffuto e antipatico sullo schermo piccino, a infiorare la tv esaltata dai padri del tempo che fu, lo sceneggiato educativo, la narrazione pedissequa a cui siamo grati perché restituisce la grandezza d’altri. Almeno quella. Nipote d’arte, figlio d’arte di una donna pragmatica, che studiò altro e fece cinema: film poco ficcanti, stancamente femminili e mai realmente femministi, pur con la velleità d’esserlo. Lui propaggine tondeggiante dei germi che infestarono e uccisero “la sinistra”, orgogliosamente stizzoso, tutto buone scuole e Buona scuola, altezzoso perché sa di aver perso pur avendo in parte vinto. Si arrabbia o finge di farlo, ma chissà cos aveva in mente per la cittadona. Così simile a certa alta borghesia preoccupata di coprire la cittadona con una splendida coltre dorata, cinematica, con il bello architettonico e chi ne fa le veci. L’anti populista perché sì, come sopra, senza uno straccio d’analisi su cosa sia il populismo e sul perché nasca, e perché sogni di fare a fette volti educati come il suo, con la sua parlata appena appena romanesca che non lo fa sembrar romano.

Va bene, con la e forte e le b intrappolate.

Palomba nera

L’imitazione geniale, il volto zigomuto che esplode rabbioso a dispetto della calma, estenuante strascicatura della cadenza. Va bene. Non lo deformo nella scritta, immaginatelo quel va bene. Non l’ha mai detto quel “sono di sinistra” all’inizio di ogni frase, come l’attrice creativamente sottolinea nel darle vita. Nella non vita della mortuarietà delle sue idee, delle sue paroline che sembrano parolacce. Eppure fingeva di intellettualizzare il più becero ed emblematico dei reality show, al suo esordio. Fingeva di analizzare, da giornalista, ma poi dava solo opinioni su quanto le piacesse il piglio di Pina. Banalità su relazioni di coppia farlocche. I sessantottini ricchi divenivano giornalisti, dopo qualche strascicato, sboccato e poco convinto ribellismo d’accatto contro i padri e le madri. Non pochi di loro godettero di una fioritura del pensiero e dell’umore, si insinuarono nella legge, produssero cambiamenti. Gli altri, la maggior parte, si accodavano. Non tutti i ricchi erano uguali: molti borghesi erano nella posizione ideale per produrre cambiamenti e lo fecero, non senza arrogante baldanza giovanile. Ma cosa fare se la baldanza arrogante è il contenuto, e non la forma occasionale? Cosa fare se non si pensa nulla, se non si sa vedere al di là del proprio naso e crescendo non si riesce proprio a capire nè ad accettare il proprio privilegio, così evidente e fondante nonostante l’epoca in cui l’autorealizzazione femminile era osteggiata o dileggiata con placido scherno? Si nasce e si cresce conservatori e conservatrici, ma resta una parvenza di rivoluzionario riformismo alle erbe fumanti, rivoluzionario conformismo. Non si è mai stai di sinistra, ma si finge che le idee progressiste abbiano lasciato spazio a quella che dovrebbe essere forse maturità, e che in vece paradossalmente è infantilismo senile che paralizza il pensiero. Dopo aver mandato avanti un marito macchiettistico, politico improbabile e di successo inusitato, lei pensa un po’ a se stessa. Si colloca agevolmente lì dove si sente più sicura, dando vita a pontificazioni infinite di squallido qualunquismo retrivo. Passano 10 anni, le percezioni si ribaltano e una bella ragazza americana verrebbe, a sua detta, giudicata colpevole di un tremendo omicidio perché bella e americana e benestante (pazienza se poi nella realtà non lo sia così tanto) e perché si sa che l’opinione pubblica non digerisce i belli e benestanti e invece adora i negri poveri e sporchi, che rischiano così di restare impuniti.

Passano altri 10 anni. Una pandemia ancora agli albori colpisce mortalmente una provincia del nord Italia e non si capisce perché, visto che a differenza del sud lì c’è gente che la vora e rispetta le regole. Ooook.

E poi, poco tempo dopo, un monologo su quanto le giovani siano fortunate perché quelle come lei hanno fatto tutto. Ma proprio tutto. E ancora, nel lurido stanzino del crime-legal italiano televisivo nazionalpopolare, si fatica a dire la parola femminicidio e si ipotizzano provocazioni ed esasperazioni per poveri uomini bestia che ammazzano. Provocazione ad arte mista a reale convinzione di una fittizia importanza

Continua…

Senza fare nomi

Maggio 14, 2021

Anno 14

…9 anni fa descrivevo il flebile incanto dell’essere madre, che 8 anni dopo e ancora un anno dopo si rinnova, Vorrei scrivere di mia figlia, del suo punto di vista che a fatica interpreto, della pseudoadolescenza e dell’unicità, e anche di mio figlio, copia quasi perfetta di quel tocco ampolloso e diversissimo per espressioni, desideri, sguardi. Il tocco rabbioso, la voce rotta dalla sua stizza graziosa e immotivata, una nenia dolcissima, identica a quella di mia figlia alla stessa età. Ma come dice un autore da me poco originalmente amato, così insistentemente ma giustamente celebrato oggi, i figli invecchiano, ed io voglio continuare a celebrare la morte in movimento.

Assai banalmente, collezionerò im questo blog una serie di poco argomentate “reaction” a ciò che quasi sempre mediaticamente vedo, o che qualche volta mi investe fisicamente

Mums against Peppa

Maggio 14, 2021

L’ipnosi dell’età pre-prescolare si concretizza nei quadri ipercromatici, trillanti e perfettamente ritmici del cartone animato BBC Peppa Pig. Una serie di format “didattici” realizzati dalla rete negli ultimi 20 anni, offre agli spettatori in età e non (genitori, sorelle e fratelli, cultori del piccolo o del piccolismo, cultori del trash) un universo pacifico e pacificato, dominato da verdi prati offerti al cielo quasi sempre limpido in cui si innalzano le case o riposano le strutture della crescita armonica. A prima vista gli animali antropomorfi della serie rappresentano il classico stereotipo animato per la prima infanzia: un nucleo familiare tipico, irrealmente equilibrato, in cui regna l’amore reciproco – e un po’ banalizzato – e non si consumano mai violenze o letali negligenze. Non è indolore né del resto inopportuno ricordare che Peppa Pig, a differenza della maggior parte dei cartoni animati con i quali i genitori degli spettatori sono cresciuti, è un prodotto designato e strutturato appositamente per la prima o primissima infanzia e non deve o non dovrebbe presentare né chiaroscuri né vuoti narrativi o lessicali (come accadeva, sovente, per i cartoni nipponici rivolti ad un pubblico di giovani adulti depauperizzati e incautamente censurati dalle reti in cui erano trasmessi, Fininvest in testa, per adattarli alle presunte esigenze di un pubblico molto più giovane). I colori sono basici, i movimenti rapidi, le figure intagliate in una sorta di fondale bidimensionale in cui si agitano gli arti e le teste, riprese costantemente di 3/4 come ad accogliere e a semplificare tutte le possibili relazioni emotive tra i personaggi, in una sorta di classicismo estremo del campo – controcampo. Gli adulti, infantilizzati dal giogo assoluto del loro essere non-umani, partecipano alle passioni dei piccoli – il temibile leit-motiv delle pozzanghere di fango in cui saltare, il verso animalesco che emerge inaspettato dall’umanità ridisegnata – ma si confermano allo stesso tempo nel loro ruolo di guide: anche gli anziani, segnalati anch’essi da caratteristiche fisiche stilizzate ed evidenziate da un tratto di pennarello (i contorni del viso tremolanti, il colorito spento, le voci impoverite), non sono mai presenze invadenti ma accompagnano, consigliano, affermano, spiegano ai cuccioli. il pretesto per le “lezioni”informali sono gite in ufficio, nel osco, in campeggio ma anche visite ai nonni che creano il “compost” con la spazzatura, esperienze vissute all’asilo o nel chiuso delle camerette sempre simili. In questa funzione quasi ossessivamente pedagogica si dispiega gran parte del progetto timidamente didattico della BBC, che accoglie ed accompagna i suoi spettatori senza rinunciare al mero intrattenimento e senza “ideologizzare”. La crisi della famiglia postmoderna ha come contraltare i robusti e caserecci bisticci tra madre e padre, la prima solo apparentemente più matura e savia del primo, il quale è descritto come eternamente giocherellone, distratto, materialista

come è già accaduto per questa ed altre serie, lo spoilerarmi prima di guardare l’episodio (ne aspetto la versione già sottotitolata e a volte è troppo tardi) ha smorzato la tensione nel guardare; solo però fino ad un certo punto. il pre-sigla è stato bizzarro per una questione banalmente estetica, in quanto,pur non essendo tra quelli che riguardano tutte le stagioni di BB ogni mese, ho un ricordo abbastanza nitido di quel camper e di quelle facce, ora così diverse (mi riferisco soprattuttoa Jesse e a Skyler, non tanto a Walt) anche se per i personaggi è passato poco più di un anno – quasi 6 per gli attori, immaginando che la prima stagione sia stata girata alla fine del 2007. Il resto dell’episodio è stato narrativamente compatto, parzialmente risolutore senza però rincorrere i clichès tipici della risoluzione. Le sequenze che più mi hanno scosso, anche per una questione meramente personale che mi riporta al periodo in cui ho cominciato a vedere BB, sono legate al rapimento della figlia di Walt. Come molti hanno scritto,il “confronto” impietoso tra i due esaurisce in pochi fotogrammi la parabola di desolazione  e terrore in cui la vita del protagonista si ridotta.

(20 settembre 2013, prima versione dell’articolo su Peppa Pig comparso su Ebibba i cattoni)

Ricordi

luglio 4, 2013

cit. splinder, dicembre 2008
“La cessa della classe. Un blog sulla bruttezza, il suo valore salvifico e il suo disvalore distruttivo e corruttivo. chi lo gestisce ha 26 anni, 4 mesi, 2 giorni. potrebbe sembrare non importante, e benchè vorrei io stessa che non lo fosse lo è. tremendamente Riciclo un po’, come tutto, il mio spazio. Ho un mio spazio privato, un non blog, colorato male, inaugurato 6 anni fa – esattamente o quasi, che non uso più e mi dispiace ma vorrei un blog perchè qualcuno lo leggesse. Un anno e mezzo fa, quando ho inaugurato “la selezione”, ero tutta il mio lavoro. Quello che non avevo. ora sono qualcos’altro, ma non sono ancora “mensch”, per citare un film che ho finito di vedere da poco. […] Vorrei che qualcuno leggesse ma non farò pubblicità in giro […] inquino la rete con una miriade di spazi, .[…] sarebbe darmi troppa importanza da sola.”

Hello world!

agosto 5, 2009

Raccordo ideale con http://cessadellaclasse.splinder.com/

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